Raccontami di Anna Livia. Tutto sapere vo’ di Anna Livia. Beh, conosci Anna Livia? Altro che, conosciamo tutte Anna Livia! Dimmi tutto, e presto presto. Roba da chiodi! Beh, sai quando il messercalzone andò in rovuma e fe’ ciò che fe’? Si, lo so, e po’ appresso? Lava pulito e non sbrodolare! Rimboccamaniche e scioglilinguagnolo. Ma la zucca per te se mai ti pieghi. O cosa mai fece bifronte o triforo in quell’infenice di porco nastro? Oibo’, quel lughero malandrone! Che sudiciume di camiciaccia! Guarda un po’, tutta l’acqua ne ho sporca. Bagno di qua, bagno di là, otto giorni di bucato. Quante mai volte l’avrò ritorta! So ben io cosa quel macchiavuol. Lordo balordo! Mani arroste e trippe in fumo per mandar quei panni del diavolo in demonio pubblico. Sbatacchiali duro e falli netti. Ho i polsi stronchi a rimestolare la muffa. Com’è gangerenoso di turpida tabe! Ma che cozzo ha fotto, per amara di donna, quel di’ di Belvana? E quanto rimase dai frati Branca? Il Marco Oraglio l’ha ben strombazzato, l’attesache’, laonta e tutto, la sporciaquerela e l’eccitazioni e le nevandezze di quell’entritisto. Ma chi fa il rio, paga il fio. Chi se mena vanto, raccatta trambusto. E ciò sa il suo dottore. Forcadea, che carogna! Bene gli stanno, le postribolazioni. Ha regiona Ciulli, e Piesse pure, che le prove dirotte non mancano mica. E l’incesso di quel desso capeggiando da gradasso di gransasso, qual il degno duca Lione, con quella gobba boriosa come ser topo ch’esce a zonzo! Un ghigno derriso del corcontento, ma chiazze galve dal cervel debolino. Chiedi a Manganelli, o al Randelloni, o al Mazzaferrata, o al Fracco la Frombola. Che saarebbe il suo superanome? Hugo Capeto l’Eccellatore. Dove nacque o fu reperto? In Urgothlandia, sulla Kannegatta? O in nuova Concordia dell’Arciponente? S’udiron le grida a Santa Adameva o si strinse a bordo il nodo guardiano? Anatraente, io ti rapino. E, Lucielletto, pei fasti ti concio. Fluenza e Monti in sul procinto fan voti che abbian buonistmo princeppio. Serchia altrove e domadda ancora. Don Dom Dolomuto e piccia pazzetta! Non ebbe una polizza Percoletti contro scassavillani e terzane spagnole? E non ha adotato quella pupa di stagno, scappando leco a ratto di colle, Sabrinettuccia la fringuellina, per dune mobili e delti devianti, prendendo perdendo il luccicor della gabbia, da Borgata Cattoni a Pozzi Legati, e dall’Egro Stolano a qui sta Murituri, e per la lunga via dell’erto?Ah, ma chi ti vendé questa lucciolanterna? Pasta pesta di pappapanforte! Salpò in maona, l’Arca di Barca, sull’inapprodabile Satantrionale, finché avvistò la sua sponsa promessa, e mollò due gracchi di sotto il saio, il gran fenicio lope de mara. Le alghe in fiordo li chiamar a Colombia. Da senno narri? Ma dov’era colui, l’alto nocchier? Seguì brigantone gli scodinzolini in sui marosi difilato, rigonfio il manto di burracano, e col suo bravo bompresso prese il rincorso e le ruppe la barra. Pilcomaio! Piavemarea! E via lo squalo con la trotterelletta. Accorda i pifferi e spiffera, cretina d’Egitto, che altro non sei. Cantaggina tosto e imbriglia l’eschumo. A vederlo guizzar in quella sua guaina, come Salomon reo e Saboletta, le sue dune rhurlavano di foia satolle. Bayorka buah! Boyana bueh! S’è ben guadagnata la maritazzuccia, quel fuocacciatore che ne paga le spose. Sì, sì, ecco qui. Com’è tartanassato! Non sai che colui è figlio di flussi, Wassermanschift, il torvotello? Per l’appunto, per San Sedine! H.C.E. ha conche all’elmo. Già, ed ella allora, c’è poca schelda. Chi? Anna Livia? Si, Anna Livia. E non racimolò a dritta e a manca putte fiumane che non furo al corrente per far da ganze al capo reone, e solleticarlo lemme lemme? E ciò faceva? Martacce tue! Ma ciò tocca il limmat! Come disse El Negro quando vide che mosa la plata gli fe’. Oh, dimmi tutto, che voglio udire come saltava sussurancorda allo zampelevate in un batter d’ochetta. Facendo finta che non se ne caleva, la prosseneta. Prosseneta, che mai vuol dire? Dillo in lingua franca. E chiama piena piena. T’hanno mai imparato lebro all’iscola,antiabecedariana che sei? è proprio siccome circassi io a mal d’esempio da tamigiaturga di prossenetarti a te. Ostrigotta, ora capesco! Mairavrei credutala così basseneta. Non l’hai scorta al suo varone, a dondolarsi su un vacillavimine, con un foglio spartito in samassi di sigle, come chi suonasse chissà quale anienia, su un villancello senza groppa né corda? Ma costei non sa paganeniare cordevolmente. Che montonatura! S’è mai isentito cosi del genere? Che po’ po’ delle tolle; e cosa ancora? Già, Ombrone aveva la sarca bile, la malorba all’uscio e la peste burbonica, e veruno arciere né sparafocile, ma fuochi fiammanti sulle alpipennone, e buio boia in cucina e in chiese, e fori strafondi in corso Gargante, bofonchiando su cassapanca e tamburellando trasognato, con la fascia funebre di bimbolino, bilanciando il nekkerelogio, per arte ed ore, lo spunto, il mariggio e la bellendata, coi fatti in altro stato, la gola alla larga speloncata, con sbrindelloncini per dentispazzini, sciuperandosi in fame solitaria, ingiusto il decreto di corte marziale, la zazzera irta per mella ventura, le frangie cascantigli giù sugli uocchi, agognizzando la vista stellata, e i gambi di colza e le mute ondine, i villi nuovi, le civette vecchie, e tutta la meschia che gli valse Parogia. Diresti che i suoi fur per paradefungere, a tal sugno dormiva trapassecolato. Da millant’anni ch’era eruttatore. Ed eccotela, l’Anna Livia, che non osonava pisolottare, smerlando attorno come bimbuccia, trento soldi di gonna e le gote ardanti, per augellargli bondi’, a quel su’ Rumoloremus. Con un gotto di chianti dalle sue fantescane. E si e no cuocendogli una broda di giuggiole, e ponendogli ai piecordi le sue uolva in comaschia, e fanaliluridi su panicostati, con coppenagri di tè irslandese: e una patrolina di Kaffué San Romingo o nonsocheanco, e mosto di felci in calici asti ed eccetrioli per placar l’omo e la sua epa de verro (le ginoccolute a batter le brocche), e per lesta allestisse le sue vedovaglie pirramidali stivate in staccio (e l’ira di desso, come metaureggia!), quello osprezzo di Hek le scaravantava con un lungidamé, come tal che dicesse scrofasozhona, e se non le gettava il vassoio addosso, accidentaccio, la scappava bella. E poi con permesso vistolava un inno, Fenesta ca’ lucive, o Evviva Noei, o La calunnia è un vermicello di Michele Chellini, o una cavaletta del mastro Pulcini. Uno zufolamento da rompere i timpani. Peggio che le cento galline del Checco! Almeno sapesse boccuccicare! E barone Colleffe che non si scompone proprio come un peso da mangano. è fido ciò? In fede mia. Poi, pavaneggiando una ricca roia, Annona genata arusticrata Nivea, laureolata in Senso e Arte, il ventaglio costellato di filigettanti e la chioma bruina tutta a lucciolelambre, — fra frotte di freddolesimpellettate —, in veste di stile diggià da cangiante degna due troni d’impororare con grave periglio degli imminentissimi. Corpo diaccio, qual strido divampa! Clamorandogli giù per lo scaricacibi, con ogni sorta di vezzeggiativini (e la cipria le slitta intorno al naso): “Coccolone, carocarigno! Suvvia, bellozzo, non tirar la cinghia!” Sai che si mise a pipigolare con voce dolcina, glugluck d’acquatrina? Indovinalagrillo. Dimmello. Dimmelo. Tu che a Dio tagliasti i calli e Taro più che i miei piccioni. Facendo finta di sposimare pei cantilanti d’oltramore: Io l’Oscar solletico, smoccogli lì un picchetto; e così e colà più ne hai più ne metti con toce sonora, e zio Zibeppe in cappa di sabbia, sì umvoloso e sodomurto, el belb’! Vattene, povero compagnare! Mi pigli in giro? Anna Liv? Giurassicodio. Ed ecco che insorgue e giù a galoppo alla porta piantona, sbuffando di pipastrello, e ad ogni sciocca d’inserverniente, ad ogni ganziosa fattorelletta che cercava la sua in corso Belline, Sawy, Fundally, Daely e Maery, Milucre, Awny e Graw, non le faceva segno di smorfia d’insinuarsi per l’usciolino? Cosa mai dici, l’uccellino? Dissi. E dico. Chiamandole a una a una (Chalveeston qua! Qui il Sciubencaddie!), e sgambettando sulla sillarosoglia a mostrar loro le genuiflesse e come si deve fare presente ciò che si suole e non dimandare e tutta l’arte del tiramoglie garrendo una specie d’equiquacquecco come cinque baiocche e un paollo e mezzo, e lasciando veder un chiaro scudo. Orcodindio, faceva così? Questa poi mi pare il colmo! Scaraventavagli tutte putte. E a qualsivoglia accattivata d’un sessiallaltra se lescivina, a Nure o Nore, due litri a tagliamento per fare lamone nel grembo di Brembo.

Ma come suona la torza rima? Dalle la stura. Farà la scoltenna mentre che trebbio e coi fiocchi i sottovasti del Mincio Minchioni. Orsù, caradiglio, piana piena. Non reggo più su’ niei piodi violucci finché non sento la ninna di nonna. Veggo bene, veggo benone. E come cadenza? Da’ retta ora. Stai a sentire? Si, si. Difetti ascolto. Spelonca orecchi, tidone tutto.

Per la terra e per il coperto, che ho bisogno marcio d’un derivantano nuovo fiumante, vada in madore, e paffuto per giunta.

Ché questo mio affare di stucco ch’è qui è logoro, e come po’, a furia di sentarmene a mo’ di sola d’aspetto per il mio vecchio Dano d’appaltone panaro, questo mio compare in terror dei vivi, questa parca mia chiave di nostra dispensa, questa mia gobba di cammello mutatissima, questo mio coguastarrosto, questo mielone di luna di maggio, questo mio sciocco di veglionardo, che si desti infine dal suo sinno invernale e mi lavi la tosto come soleva una volta.

V’è mai signore spodesta e conte bragunte, me lo domando, che mi dia la mangia d’un paio di centi per smacchiare e rammendare le sue colendissime calze, ora che siamo caresti in carnequina e latte?

Se non fosse che il mio letto di Bengodi è duro come odora, sarei via di balzo e chi s’è visto s’è visto alle maremme Tolkane e à le splage de Clontarf, per sentire l’aria vispa del mio goffo salso di Dublino e la corsa del grecale su per l’imbeccatura mia.

Avanti! Avanti! Racconta il resto, vuota il sacco. . . .

 

 

. . . è il baleneone di Pulberg che scorgo, lontanalanterna, o una vegliera che costeggia la Kishtna, o un bagliore in una siepe, o Fredolfo mio che mi torna dall’Indo? Aspetta che la luna appaia mielio, cara. Da noi sarà, saretta sen va. Lo sguardo suo nel cielo è già. Ci rincontreremo, cirisepareremo. Il sito cerco, trovati l’ora. Lazzùr, la via mi splende lattea. Perdonami svelta, vado. Cio. E tu, quell’oriolo non ti scordare. Come ti solgi. Senia e savia va. Nelle nebbie, per a qui ora traveggolo. Vado a piano per il mio santerno di vellembrosa. E io lo stesso, per Monselvata.

Ma lascia, era una stramba duenna, quell’Annia Livia, zampolona. E lui po’, che norciume, Sugna Purca Qua Ramengo, padre saturno di quinti e quante! Gerarca e gitana, siam pur sempre della ganghera. Non ebbe sette manze a toro? E ogni manza sette cavezzi. E ogni cavezzo sette colori. E ciascun colore un altro suono. Tozzi per Tizio, cenette per Caio, e il conto salato per Semprenione. Montanzi! Montanni! Sposò le sue fiere, le mercimoniali, so, come qualsiasi arcimandritta, Rosa, Citrulla, Gilla, Pistilla, Pel di Ciel, Indicina e Malva. Ma alla Capriellora chi è ita all’ara? Allora che fu, bene fu. Giovava Giove. Sacco di secoli che mi rallegri. E sempresia. Ordovico e viricordo. Anna fu, Livia è, Plurabella sarà. La sforza di Dio fe’ l’urbe ad uomo, ma quinquequente pluraglie ne fe’ caduno. Latinami ciò, laureata di Cuneo, di lingua aveta in gargarigliano. Hircus Civis Eblanensis! Ebbe mamme da becco, e molli per orfani. Toh Signore! Del seno gemelli. Dio ci liberi! E oh! Eh? Ciò che ognomo. Osa? Le riducchianti figlie di. Orva?

Non odo più per le acqui di. Le chiacchiericcianti acque di. Nottole qua, topi là fan pian. Oh! Non sei andata a casa? Che Renata la Masa? Non odo più il nottolio, le liffeyanti acque di. Rio ci scampi! Al mio piè ledra v’è. Mi sento vecchia come l’elmo tasso. Fiaba detta di Gionni e Giace? D’Anna Livia i figlifiglie. Corvo scuro ode. Notte! Notte! Il mio cupo capo cade. Mi sento pesa come quel sasso. Dimmi di Giaco e Giaso! Chi fur Giac e Gion i vivi figli e figlie di? Notte addenso! Dimmi, dimmi, dimmi, olm! Nottenot! Dimmifiaba d’alberoccia. Presso le frusciacque di, le quinciequindi acque di. Not!

Italian, English, and French together ]

Italian text by courtesy of Jorn Barger, robotwisdom.com.
Italian translation by Nino Frank and James Joyce; published 1938.